Tutto (dopo Genova)

Cambia tutto anzi no

tutto
anzi
no
cambia

tutto vuol dire “tutto”
non “quella cosa li” che però la chiamiamo tutto che così è più efficace il messaggio.
Poi il ponte, che non ci si crede, ma è crollato come crollarono le due torri.
Non ci si credeva. Nemmeno io, ero in Corsica al battesimo della figlia di una cara amica. Arrivò un SMS da mio fratello “sono crollate le torri gemelle”. ??? ma dai … cominciarono ad arrivare conferme da un mondo che aveva appena cominciato ad essere globalizzato e la comunicazione aveva appena cominciato ad essere frenetica. Adesso lo è di più, le notizie arrivano prima.
Prima che accada qualsiasi cosa che possa accadere. La notizia c'è, è lì come i vecchi coccodrilli dei quotidiani. Ma non sono coccodrilli sono squali, che poi magari, anzi forse, non sono nemmeno poi così crudeli. Già, pensarci prima.

E poi il ponte è crollato. L'abitante di Genova mentre guida guarda l'orologio, 11 e 35 e pochi minuti dopo lo chiamano per dirgli che il ponte che attraversava intanto che guardava l'orologio è crollato e lui può darsi che abbia anche incrociato, inconsapevolmente, senza ricordare le auto in senso opposto che si sarebbero schiantate tra le macerie del ponte caduto.
Ma come fa a cadere un ponte che sono costruiti per stare in piedi?

Tutto cambia no anzi
anzi cambia tutto no
no anzi cambia tutto
cambia no tutto anzi

E' un po' come il pilone di un ponte che non può stare in piedi. Ecco perché è caduto, perché era un pensiero sbagliato era un pensiero che non stava in piedi.
Ciò che non sta in piedi cade oppure vola e poi … senza ali … la legge di gravità è inesorabile.

Sono caduti anche altri ponti o modesti cavalcavia ma non erano simboli. Così ciò che è simbolo diventa la disgrazia che offusca tutte le altre. Le persone continuano, drammaticamente, a cadere da quel ponte. Autostrade per Italia continua a gestire gli altri 3000 km, e chissà quanti ponti e cavalcavia, che ha in concessione ma è assolutamente inadeguata per procedere con la ricostruzione. Il moncone che sovrasta le abitazioni di via Porro è ancora lì, instabilmente stabile. Le persone sono fuori dalle case e alcuni, forse molti, sanno già che non potranno mai più rientrare. Come per un terremoto.

Cambia tutto no anzi
tutto no anzi cambia
cambia anzi tutto no
no anzi tutto cambia

le cose che non possono stare in piedi cadono.

Sono andato in Francia via Piacenza, Tortona, Genova Voltri, ero a pochi chilometri ma non vedevo niente di strano, tutto come al solito, solo una montagna di mezzo che occupa la vista, poi una baia e sono già ad Albisola. Poi sempre dritto, sotto ai tunnel, sopra ai ponti. Tutto normale. Macchine, autogrill. Un dipendente dell'autogrill che stava cominciando il turno stava raccontando che la notte prima a Diano e a Sanremo c'era la notte bianca e lui se le era fatte tutte e due, quella di Sanremo era meglio. C'era talmente tanta gente che ordinava un gin tonic e se ne andava senza pagare, fenomeno.

Le torri gemelle, il WTO, non potevano crollare e invece adesso non ci sono più. Come è possibile che l'acciaio si sia fuso, che si sia ripiegato su se stesso e infine abbia ceduto portandosi dietro migliaia di vite, soffocate, bruciate, volate, offese. Di un simbolo che crolla si sente il rumore per sempre.

Ci sono poi i rumori di sottofondo, quelli che si avvertono subito, quelli che intimano, quelli che poi scompaiono, si lasciano dietro una scia di miseria fino a che spariscono, le voci prepotenti.
Ogni tanto riappaiono ma non hanno peso, sono solo voti.

Sono solo altri uomini, improvvisati, giustizieri, stelle del consenso. Invece c'è bisogno di magistrati, ingegneri, architetti, giudici, manovali, camionisti, fornai, pescatori, distributori di benzina … c'è bisogno di ricostruire nella conoscenza delle proprie capacità e funzioni.

Tutto anzi no cambia
cambia anzi no tutto
no cambia anzi tutto
tutto cambia anzi no

C'è bisogno di cantanti e di poeti. 
Di maestri che insegnino. 
Di silenzio, di tanto silenzio
per sentire il rumore delle ali di farfalle
per sentire il rumore del cuore innamorato
per sentire il respiro di tutto. 
Tutto.



Oi Dialogoi - il giorno del delirio istituzionale (il primo e basta?) 28.05.2018 cap.1 e 2 di 4

Oi Dialogoi cap.1

 

Dialogo tra un impavido padano e il suo vice che non volle essere segretario perché la mamma disse di no.

          -  Giorgetti sai che se tu fossi ministro dell’economia oggi avremmo cominciato ad affondare i barconi in mezzo al mar?

         -  Eh già!

     -   Giorgetti sai che se tu fossi ministro dell’economia oggi avremmo iniziato a fare leggi per la protezione della razza padana?

     - Vacche? O Padani?

     - Tutte e due

     - Eh già!

     - Giorgetti sai che se tu fossi ministro dell’economia oggi avremmo concretizzato il diritto al delitto domiciliare? Concreti, concreti!

     - Eh già! Capitano hai un’arma in casa?

     -   No e tu?

     -  Neanch’io. Però conosco un Padano che ce le può vendere a buon prezzo. Capitano ma perché non sono Ministro dell’Economia nel mio CV c’è scritto che sono laureato alla Bocconi ed è vero!

     - Ah, sì? Credevo che abitassi da quelle parti … ma se soniamo al campanello di Mattarella dici che ci apre ancora?

 

Oi Dialogoi cap. 2

 

Dialogo tra due giovani patrioti e del loro incontro con un possibile cervello in fuga

     - Luigi ma hai detto a Salvini che se accettava Giorgetti all’economia gli avremmo fatto affondare i barconi, stampare i minibot e aprire i casini in Brianza?

     - Dibba certo … beh, sai com’è, il Pres ha insistito tanto e ho detto all’AvvProf di farlo … credo che l’abbia fatto, si son sicuro!

     - Dici? Oh, ma quanto siamo patrioti!?! È sotto gli occhi di tutti!

     - È di tutta evidenza! Dammi il cinque!

     - Mangiamo una pizza? Dai chiamiamo anche Peppuccio il Presidente incaricato

     - Telefoni tu, sai io ho ancora la SIM da parlamentare non vorrei esagerare con i rimborsi …

     - Tranquillo, ho la tariffa flat

     - Come la Tax? Ma sei un grande Dibba!

     - Si, vieni a mangiare la pizza Prof? Ti aspettiamo, arrivi in Taxi, ok normale.

     - Dibba così adesso glielo chiediamo

     - Si. Hai visto se ha aggiornato il CV? Mi hanno detto che ha aggiunto Consulente telefonico del Presidente della Repubblica Francese … in effetti Macron lo ha chiamato

     - In effetti … non avrebbe tutti i torti, eccolo che arriva, ha fatto in un attimo.

     - Per forza, abita là in fondo.

     - Giuseppe, come stai?

     - Giuseppe, come stai?

     - Ciao Luigi, ciao Dibba, un po’ triste, sapete forse non vedremo più …

     - Che succede? (all’unisono Dibba e Luigi nda)

     - Penso che me ne andrò, questo paese è ingrato, questa democrazia è ingrata, questo popolo non mi ha mai amato e io ce la ho messa tutta, ma proprio tutta. Ma adesso mangiamoci la pizza. Per voi non è ancora finita.

     - Beh, dai il tuo CV è migliorato, ma Macron che ti ha detto?

     - Luigi, Macron mi ha detto che se fosse andata male potevo fare affidamento su di lui. Brava persona

     - Sei un cervello in fuga! Nooo!

     - Si Dibba proprio così!

     - Ma, scusa, prima di andare da Mattarella avevi chiamato Salvini per la posizione di Giorgetti in sostituzione di Savona?

     - Salvini? Mmmh ho chiamato Matteo. Luigi mi ha detto di chiamare Matteo, Salvini come si chiama?

          (continua?)

 

 

Oi Dialogoi - il giorno del delirio istituzionale (il primo e basta?) 28.05.2018 cap.3 e 4 di 4

Oi Dialogoi cap. 3

 

Dialogo tra un Presidente e il suo segretario

      - Presidente, c’è il Presidente Incaricato al telefono. Glielo passo?

      - Passi, grazie. Pronto Professore?

      - Presidente scusi il disturbo.

      - Nessun disturbo.

      - Ecco, l’altro giorno, cioè ieri, mi aveva fatto un nome.

      - A che proposito?

      - Che non avrebbe dovuto apparire tra i ministri.

      - Certo, Paolo Savona.

      - Ah, ecco. Grazie mi era sfuggito di mente. Mo’ me lo segno, grazie Presidente, buona giornata!

      - Anche a lei.

      - Presidente la vedo dubbioso.

      - Segretario non guardi.

      - Come vuole, se chiama qualcuno del Contratto glielo passo?

      - Si, si. Però dica che sono occupato e che mi richiamino tra mezzora.

      - Come vuole.

      - Prima di parlare con uno di loro devo fare yoga.

      - Con quello delle ruspe dico 40 minuti?

      - No, non è necessario, ormai ho pratica.

      - Segretario mi chiama Paolo?

      - Vuol dire Savona, Presidente?

      - Certo, dal suo sguardo mi par di capire …

      - Che è meglio di no … che fa interferisce?

      - Già è meglio che non interferisca

      - Allora con chi posso parlare? Mi chiama Mentana?

      - Ancora in Maratona, non vorrà intervenire in diretta? Altra interferenza

      - No, certo, ha ragione. Aspettiamo con fiducia, pazienza e speranza.

      - Del tipo Grazia, Graziella …

      - Non sia spiritoso Segretario.

 

Dopo un’estenuante e drammatica giornata Il Prof. Conte rinuncia all’incarico, Mattarella manda a cagare tutti e annuncia che l’indomani incaricherà Cottarelli

 

       - Presidente tisana o uno scozzese?

       - 12 anni?

       - Certamente Presidente.

       - Un baby. Ho fatto bene a convocare il Cotta?

       - Sicuramente si, ma gli italiani non la pensano tutti come me.

       - Già Segretario, ma come si fa a preoccuparsi di tutti gli italiani, tutti, tutti?

       - La capisco, in effetti ci sono molti italiani che adesso pensano a lei

       - In che senso?

       - La Meloni e Di Maio la accusano di alto tradimento.

       - Ah! A me? La Giorgia Meloni mi accusa di alto tradimento. Luigi Di Maio anche.

       - Anche quello che chiamano Il Dibba, Presidente.

       - Pure! Sono spacciato secondo lei?

       - Non direi, non ci sono gli estremi, ovviamente.

       - Qualcuno che ha fatto delle dichiarazioni in mia difesa?

       - Non ancora, ah no ecco, Berlusconi.

       -   

       - Anche Gentiloni.

       - Un uomo, Paolo, di buon senso, bravo ragazzo. Mi ero quasi affezionato.

       -  Presidente domani sarà un’altra giornata faticosa. Un altro goccetto?

       - Segretario, solo se mi fa compagnia.

       - Che faccio verso?

       - Versi, versi

             (continua ?)

 

Oi Dialogoi cap.4

 

Accorpato al cap. 3 per esigenze di spazio

 

Dialogo tra un Presidente del PD e il Segretario del Pd riguardo alla drammatica situazione politica che si sta esacerbando, al conflitto istituzionale provocato dalla messa in stato d’accusa del Presidente Mattarella

       - Presidente …

       - Martina, che dire?

       - Boh? Rinviamo la discussione?

       - Mmh, buona idea

       - Ci abbiamo provato

 - È sotto gli occhi di tutti.

Un pensiero a pezzi

Improvvisamente, mentre camminavo per strada, guardandomi intorno, capivo che la nostra società non è una società multiculturale. La nostra, è una società poli-culturale. Ovvero coesistono più culture che sono indifferenti tra di loro. La cultura maggiormente rappresentata e presente è la nostra, occidentale, cattolica, comunista, liberale, capitalista, consumista, campanilista, salumaia, formaggiaia, contadina, montanara, musicale, letteraria, sportiva e poi, ci sono tutte le altre che appaiono in contraddizione alla nostra, secolarizzata ma antica, appunto millenaria. Ci sono gli africani, gli arabi, i marocchini, i cinesi. Eccetera. Tutte le nostre categorie culturali convivono, nel senso che vivono nello stesso luogo, con le culture di cui abbiamo solo connotazioni geografiche o etniche, raramente culturali, se non per quelle che ci danno più fastidio come le islamiche. Negli ultimi decenni consideriamo la cultura islamica sempre più avversa alle nostre forme culturali, fino, in certe menti sopraffine, a considerarla inconciliabile, incompatibile o, meglio, sopraffattoria.

 

Alcuni giorni orsono, alcuni giorni addietro, alcuni giorni fa, qualche giorno fa, pochi giorni fa, scrissi un pensiero che qui riporto perché può essere coerente con quanto finora esposto, soprattutto per quanto attiene, concerne, riguarda lo stato della società in cui viviamo.

“Lo stato della Società non è diventato liquido e nemmeno gassoso. Lo stato della Società permane solido ma è in via di disintegrazione. La Società è frammentata e i frammenti si stanno moltiplicando resi sempre più microscopici. La posizione della Società era individuabile, ma, per effetto di questa disintegrazione, le posizioni dei frammenti sono in continua mutazione e spostamento, di per sé non costituiscono più riferimenti, la Società diventata dinamica è anche sfuggente. Viviamo in una Società che moltiplica i riferimenti a seconda del frammento di quel momento. Viviamo in un’epoca di situazionismo permanente e per questo estremamente mutevole. Credo ci sia poca consapevolezza dell’avvento di una nuova solitudine, di un autismo diffuso che ci renderà incapaci di comunicare. (in politica si può tradurre con “democrazia diretta”).

 

I frammenti non avranno nemmeno la possibilità di sentirsi afflitti da dislessie varie, da incapacità di apprendimento, da una lontananza di sentimenti. Sarà così pronta la Società tecnocratica dove l’uomo potrà solo estinguersi senza nemmeno accorgersene.”

Mettere insieme, unire, i concetti di poli-culturalismo e di società frammentata, aiuta a capire meglio quale tipo di società stiamo vivendo, stiamo abitando, stiamo attraversando, stiamo costruendo, stiamo destrutturando, stiamo assediando, stiamo ignorando.

Intercettare nelle parole di una signora quasi anziana una modifica o forse mutazione, non so se antropologica o attinente alla coscienza, o forse aderente, inerente, esperente (non sapevo che esperente esistesse, non viene sottolineato rosso). Scendo, esco dalla macchina, dall’automobile e una signora con una bicicletta tra le mani, mi chiede:< scusi signore mi sa dire che ore sono? Sa, mi sono dimenticata il cellulare a casa>. Ovviamente rispondo e per risponderle con esattezza guardo il mio cellulare -<Sono le quattro meno cinque>.

 

Fino a un decennio fa, forse due, per sapere l’ora si guardava l’orologio, si leggeva l’orologio. Per telefonare si usava il telefono, per scrivere una lettera si usava la posta elettronica, più raramente carta e penna, per sapere una notizia o per avere un’informazione si sfogliava il giornale oppure un libro. Ora si usa il “cellulare”, per coloro che sono già anzianotti, quelli che usavano i gettoni ed entravano nelle cabine telefoniche, oppure smartphone per coloro che sono più aggiornati. Ed è estremamente naturale che sia così, ossia l’utilizzo di un oggetto studiato per essere particolarmente semplice da utilizzare e che contiene varie funzioni e sostituisce vari oggetti ci diventa talmente familiare da sostituire concetti consolidati come l’ora e oggetti che ne sostengano l’esistenza come l’orologio. (pag. 3 di altro documento)

 

 

Il tempo è una misura. Non era una condizione di esistenza. C’era il passaggio dal giorno alla notte, dal sole alla luna, il mutare del clima con il ripetersi delle stagioni, l’infanzia, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia, così rapportate alla linea esistenziale dell’essere vivente.

Oggi il tempo si misura con maggiore precisione, se l’unità minima era il giorno adesso dall’ora si passa al minuto, al secondo, al decimo al centesimo al millesimo di secondo, al micron al nano e non so che altra infinitesima parte del tempo possa essere misurata.

Tutta questa precisione ci ha indotto ad essere più rapidi ad avere fretta ad avere cose da fare, ad accumularle per far passare il tempo. Siamo ingordi di tempo, famelici, usurai maledetti.

Quindi la velocità è la nuova misura del tempo.

Più si è veloci, più cose si possono fare e quindi meglio dispongo del mio tempo. Ecco che il tempo è diventato la condizione della nostra esistenza.

 

L’esistenza è accompagnata da stati d’animo. L’esistenza triste, l’esistenza felice, l’esistenza coatta, l’esistenza spensierata, l’esistenza dolorosa, l’esistenza serena, l’esistenza superficiale, l’esistenza criminale, l’esistenza insoddisfacente, l’esistenza fragile, l’esistenza compassionevole, l’esistenza miserevole, l’esistenza santa, l’esistenza inutile, altre esistenze. Tutte queste possono incrociarsi in un’unica esistenza con il variare delle stagioni, con il passare dei micron con la consapevolezza che il futuro non esiste ed è solo una speranza misurata per eccesso.

Misuriamo il tempo e ogni volta che lo guardiamo, frequentiamo il passato. Il presente è il momento del passaggio e si arresta solo con la morte. “Del doman non v’è certezza”

Assieme alla misura del tempo abbiamo costruito le parole che lo descrivono e tra queste, quelle parole che descrivono quello che non c’è. Il tempo futuro non esisterebbe senza la parola domani e le preposizioni fra e tra, l’avverbio sempre.

 

È stata un’esigenza straordinaria quella di inventare delle parole che indicano quello che ancora non è accaduto ma che speriamo possa accadere. Ovvero pensiamo che il tempo abbia funzioni circolari e che quanto è già passato possa ripetersi. Il tempo, le cose, gli uomini, le azioni, ritornano. Il nostro desiderio è che il passato continui ad esercitarsi nel suo passaggio dal presente per sempre. Ovvero abbiamo l’idea e la speranza che nulla mai cambierà. (il tempo è una misura)

 

 

Trenta, sessanta, novanta. Io sessanta, mio padre novanta, mio figlio trenta. Questo è equilibrio. A questo punto, per mantenere l’equilibrio, dovrei avere un nipote. Il maschile o il femminile poco importano, non è il genere che genera equilibrio. È l’età. Non che sia maniaco della pianificazione famigliare, no non lo sono, però credo che ci sia bisogno di dare continuità alla razza umana in modo che ci sia coerenza tra le generazioni. Trenta anni ritengo che sia un tempo che segni le differenze di età in modo coerente. Quando mi accorsi di avere trenta anni improvvisamente sentii l’esigenza di avere un figlio e quindi mi organizzai per dare a mio padre un nipote. Non che sia maniaco dell’organizzazione personale, ma lo feci. Successivamente mi accorsi che, per mantenere costante il numero degli esseri umani sulla terra e per ciò non creare squilibri tra passato, presente e futuro, dovevo procreare almeno una seconda volta. Avvisai di questo anche mio fratello più giovane. Anche se aveva tempo poteva cominciare a maturare la sua responsabilità di essere umano e non trovarsi in affanno nell’anno fatidico e quelli successivi.

Così oggi a sessanta anni mi trovo nella situazione precaria di non avere ancora nipoti. Quando i miei genitori moriranno il genere umano non avrà numeri sufficienti per mantenersi in equilibrio. Quindi spero vivamente che i miei genitori vivano ancora a lungo perché i miei figli, maschi o femmine non importa, non sono portati alla responsabilità sociale. Non sanno far di conto. Usano delle funzioni del cellulare per fare i calcoli siano essi addizioni o sottrazioni, non dico divisioni. Dubito che siano in grado di farle anche con il cellulare. Non che siano cretini, hanno anche loro un’utilità nel mondo in cui vivono, ma sono così diversi da me che faccio fatica a comprenderli e forse do per scontato che sia naturale che loro comprendano me. Parlo in prima persona come se non esistessi che io, soltanto io. Ovviamente ho anche una moglie che ha una sorella, o fratello poco importa, che ha due figli e anche loro a trenta anni, sono gemelli, non hanno ancora procreato. È un problema di generazione. Forse, devo rifletterci. Comunque mia moglie la pensa come me. Quello che dico io e come se lo dicesse lei, non credo di sbagliarmi. Siamo molto pratici e diamo per scontato un sacco di cose, non parliamo molto.

Io la penso come mio padre, tradizione e cultura, conoscenza ed esperienza. A 20 non la pensavo come mio padre che ne aveva 50 e come mio nonno che ne aveva 80. Non potevo pensare come loro, la differenza generazionale mi donava la possibilità di modificare il futuro, di ribaltare le posizioni di conservazione che si acquisiscono quando si procrea ovvero quando si compiono 30 anni. Potevo, allora, pensare diversamente, dare un impulso rivoluzionario allo stato sociale. Invece, nel progredire degli anni, rapido e costante, non facevo nemmeno più sciopero a scuola. L’università era un passo naturale con il quale confrontarmi, la società non poteva e non andava modificata. Era tutto così perfetto che aspettavo di compiere 30 anni per consacrare il passaggio dalla possibile rivoluzione allo stato conservativo. Felicemente passai ad essere conservatore. Con un bel bambino, una bella moglie, una bella casa, una bella auto, un bel lavoro. Volevo conservare tutto per offrirlo alla generazione successiva che avrebbe tentato, invano, di modificare lo “status quo”. A 30 anni potevo scrivere parole in latino tra virgolette, finalmente potevo accedere al codice interpretativo di tutti coloro che potevano conservare. E quindi sostentavo la vita residua di mio padre e così avrebbe fatto mio figlio con me, tutti compresi in questa benedetta logica della conservazione.

Bisogna perciò passare dallo stato di figlio allo stato di genitore per abbandonare lo stato di cambiamento allo stato conservativo. Per questo mi preoccupo perché mio figlio che ha 30 anni non è un rivoluzionario bensì è un conservatore di una realtà che non conosco e i cui riferimenti sono mutevoli, non c’è certezza dello sviluppo sociale. È una sorte di rivoluzione abbandonata a sé stessa i cui protagonisti non l’hanno mai iniziata perché non hanno mai voluto sentirsi responsabili dell’impegno verso il futuro dell’umanità. E così l’assenza di responsabilità ha creato una generazione senza padri, senza nonni e senza figli.

E tutto questo timore me lo porto addosso nella speranza che il mio istinto di conservazione mi conduca a valicare il proprio destino. Se mio figlio non sarà padre, la sua generazione vivrà con dei fratelli da accudire, tornerò ad essere padre, io, per il bene dell’umanità e per il mio istinto che, per conservare, si supera e diventa rivoluzionario.

Mia moglie ancora non lo sa e, per ovvi motivi, non sarà lei la madre dei fratelli di mio figlio. Anzi, credo che non lo saprà mai, non penso che comprenderebbe e poi non parliamo mai molto. (pag. 6/7 di altro documento)

 

 

Amministrative 2017 a Parma

L’esperienza politica della sinistra di Parma è terminata.

In consiglio comunale siederà un solo rappresentante della sinistra, quella che nel 900 aveva ancora un’identità. Lavagetto Lorenzo siederà assieme al mare di centro e di centrodestra, maggioranza compresa. A ben pensarci anche Roberta Roberti si proponeva come rappresentante della sinistra, ma questo già cinque anni orsono.

Il perché di questa sconfitta ha molteplici ragioni molto spesso oscure, domenica sera Patrizia Maestri, credo, disperata e sofferente per la interminabile vicinanza con l’arcigno Angella (Teleducato) ha ipotizzato che le elezioni siano andate male perché faceva troppo caldo.

Partiamo dall’inizio con le primarie indette dal PD. Lavagetto ha svolto un’attività a mio parere meritorio nel sollecitarle, gli obiettivi e le finalità non credo che però fossero chiare, se non quelle, genericamente di eleggere un candidato forte per la contesa dei Portici del Grano.

Rispondono all’appello il capogruppo in Consiglio Comunale Nicola Dall’Olio, personaggio politico più in vista del panorama cittadino, quindi Paolo Scarpa presidente del Circolo Il Borgo, Gentian Alihmadi Avvocato, Dario Costi docente universitario e anche il rappresentante di un partito di sinistra di cui mi sfugge il nome che però si ritira dalla contesa per motivi organizzativi (non porta a casa le 500 firme necessarie). Dopo la raccolta delle firme per partecipare alle primarie, dove Dario Costi surclassa numericamente tutti gli altri, primo colpo di scena, Dall’Olio abbandona la contesa e appoggia Scarpa. Appare chiaro come l’esistenza stessa del PD si ritiene essere troppo negativa, per non dire imbarazzante. Quindi la contesa perde il rappresentante politico e le primarie diventano primarie di Centrosinistra. I tre comitati elettorali viaggiano ognuno per conto loro con degli screzi tra i due contendenti più autorevoli per la vittoria. Gli screzi non sono mai diretti tra i due quanto piuttosto indotti da affermazioni di Dall’olio nei confronti di Costi. Per chiarezza io ho seguito la campagna di Costi e l’ho votato. A Scarpa nel frattempo si avvicina anche Ghiretti che gestisce le grandi manovre in compagnia di Lavagetto e della segreteria cittadina.

Le Primarie di Centrosinistra a una decina di giorni dal giorno delle elezioni diventano primarie per Parma. Sparisce il simbolo del partito, sparisce il partito e la campagna elettorale prosegue come se fossero primarie di una lista civica. Il giorno delle elezioni abbiamo il culmine della coerenza. In nessun seggio si nota la presenza di un simbolo del PD. All’ingresso di ogni seggio, c’è una locandina anonima che recita “Primarie per Parma”. Affluenza molto deludente, solo 6500 persone circa hanno votato compresi i 7/800 stranieri che hanno dato il voto ad Alihmadi e che alle elezioni comunali non avrebbero avuto il diritto di votare. La celebrazione della vittoria di Scarpa, piuttosto netta, viene fatta in Via Treves nella sede della segreteria provinciale del PD. Alle spalle di Scarpa ci sono due manifesti “Primarie per Parma” e una bandiera arrotolata del partito nell’angolo del muro.

Dall’affluenza molto scarsa e dalla assenza del partito durante la campagna ho anche ipotizzato che il PD non avrebbe nemmeno proposto una sua lista. I presupposti per una sconfitta erano piuttosto chiari.

Si apre quindi la stagione che porta alle elezioni comunali. Alla fine ci saranno dieci candidati sindaci supportati da 17 liste tra civiche e partiti. Si presentano due Partiti Comunisti, quello Italiano appoggiato da Rifondazione Comunista in contrapposizione tra di loro. Nel frattempo Federica Barbacini si dimette da segretario di Sinistra Italiana di Parma e il partito si sfascia.

Scarpa crea una propria lista Parma Unita e cominciano gli accordi con Ghiretti. Appare evidente da subito che la presenza del PD funga da contorno alla coalizione Scarpa e Ghiretti.

La campagna elettorale si concentra sui problemi della sicurezza e poco altro, degrado urbano in genere, raccolta differenziata. I programmi dei candidati non sono molto diverse tra loro. Forse si discostano da tutti i fascisti di Casa Pound e i leghisti per tematiche intolleranti nei confronti dell’immigrazione. Il risultato, scontato all’inizio, vede Pizzarotti e Scarpa al ballottaggio. A sorpresa, rispetto ai sondaggi, il vantaggio di Pizzarotti su Scarpa è limitato, intorno ai 1500 voti, circa il 2% dei voti espressi. Risultato molto deludente è la bassissima affluenza che marchia la contesa elettorale.

Il buon risultato della coalizione di Scarpa è però segnata dalla sconfitta, peraltro conseguita dopo precisa strategia,  del PD che raccoglie un miserrimo 15%. Al ballottaggio anche Scarpa, come Renzi può sbandierare un eloquente 42%!

È finita e gli strateghi non sene sono ancora accorti. Come scrissi la sera della vittoria di Pizzarotti ad un mio amico “l’Eutanasia è legge”. Non resta altro da scegliere se inumare o cremare, ma anche su questo si può litigare.

 

Per quanto riguarda le precarie condizioni di salute del PD a livello Nazionale, auspico che Renzi lo chiuda e fondi Forza Renzi con il suo bel 40%. 

 

(mi scuso per le eventuali imprecisioni nella rcostruzione dei fatti, credo comunque che errori non modifichino la sostanza della mia visione)

L'amore ai tempi di Totti

Il 28 maggio 2017 un dio del calcio si è fatto uomo. La trasfigurazione è avvenuta nel tempio Olimpico alla presenza di circa settantamila fedeli. La tragedia si è consumata verso sera, all’imbrunire quando cala il sole. Francesco Totti si è sentito improvvisamente solo in mezzo al campo dopo aver calciato quel pallone in Curva Sud dedicato a tutti i romanisti di Roma.

 

Totti è diventato uomo e cerca di raccontare la metamorfosi a modo suo in un delirio amoroso senza pudore. “ Dite di me che ho vissuto ai tempi di Totti “, il cuore dei tifosi batte forte, incredulo davanti alla verità, davanti alla sostanza della vita, e i volti sono affranti perché non sono lacrime per un’emozione, sono lacrime di dolore che l’amore non può più sostenere. Sono lacrime che il Tempo non perdona.

Il popolo romanista piange il suo eroe omerico, nato fanciullo, fattosi dio e tornato uomo. Un dio compassionevole che ha protetto i romani dalle sconfitte. Un dio mille volte sconfitto che ha però saputo far vincere la gioia di essere “ una cosa sola”.

 

Non ho mai amato Totti, non come giocatore tanto meno come dio. Ne ho compreso la grandezza di calciatore in un pomeriggio di pochi anni fa al Tardini, quando, in mezzo al fango di un campo di calcio ridotto male dalla pioggia, toccava la palla o la calciava con una grazia e una forza che non sembravano umane.

 

 

La tragedia di ieri sera ci ha mostrato che ” i popoli” non hanno bisogno di grandi uomini o anche semplicemente di brave persone, ce ne sono così tanti in giro che nemmeno li riconosciamo, “ i popoli “ hanno bisogno di eroi oppure di dei. Sulle rive del Tevere da ieri aspettano “ Abbracciami, finché non torna Francesco … “

Referendum 4 Dicembre 2016 - 2

I comitati del NO sostengono che la Costituzione avrebbe dovuto essere modificata a larga maggioranza. Bene, se così fosse stato non ci sarebbe stato bisogno di indire un Referendum. Quindi, la Riforma, sarebbe passata senza il voto popolare.

Per indire il Referendum è necessario raccogliere un certo numero di firme. Quel numero è stato raggiunto dai comitati per il SI. I comitati per il NO non ci sono riusciti.

I comitati per il NO asseriscono che il paese, a causa del Governo, si è spaccato in due. È nella natura stessa del Referendum che così sia. Il problema è che il dibattito si è imbarbarito a causa della qualità intellettuale e morale dei politici che abbiamo votato e che sostengono, a modo loro, le ragioni di ognuno dei due comitati.

La Costituzione Italiana, nel dicembre del 1947,fu varata a larghissima maggioranza. Non poteva essere diversamente, non dimentichiamo che quella classe politica fu votata contestualmente al Referendum Monarchia o Repubblica, quello si dividente. E quella Costituzione Italiana, la prima repubblicana, arrivò dopo venti anni di fascismo, una guerra mondiale e due anni di guerra civile. Quella Costituzione non poteva che essere unitaria. Le divisioni politiche cominciarono dopo, perché è nella natura della democrazia contrastarsi, o anche confliggere, nella forma e nei limiti della Costituzione.

Quindi voto SI perché in tanti dei comitati, se passa il SI, ci lasceranno e non avranno più voce.

Quindi voto SI perché il sistema politico attuale verrà modificato.

Voto SI perché continueremo ad andare a votare e a scegliere.

 

Voto SI perché la Democrazia è più forte di qualsiasi altra forma di governo. L'importante è partecipare.

Referendum 4 Dicembre 2016

Fino alla trascorsa primavera ero fermamente convinto di votare NO al referendum. Adesso ho cambiato idea. Voterò SI.

Vista la mia sincera antipatia per Renzi ho pensato che fosse giusto avversarlo nel Referendum. Poi è cominciata la campagna referendaria e le mie convinzioni si sono dapprima affievolite e poi ho modificato il giudizio. Non sull’uomo politico, che continua a non avere la mia stima, ma sul fatto in sé.

Dopo i primi dibattiti e i primi ragionamenti, ho seguito il consiglio di mio padre di astrarmi dal dibattito politico per avere una maggior consapevolezza nell’esercizio del voto. Così mi sono letto la legge (nel suo documento di  sintesi) e ho cercato di figurarmi il dopo referendum con i due esiti.

Le motivazioni addotte fino ad oggi dai comitati per il SI e per il NO sono privi di effettivi contenuti e accompagnano per lo più il dibattito politico, estenuante e fuorviante e, soprattutto, privo di sostanza nella continua ricerca di screditare l’avversario.

Molte sono le cose che reputo poco convincenti, per quanto riguarda la revisione del Senato ma non a tal punto da votare per il NO.

Per prima cosa nell’articolo 138 si parla di revisione della Costituzione e non di Riforma come invece recita il titolo della Legge. Per quanto riguarda il Senato, non ha più senso chiamarlo Senato, perché i prossimi eletti potrebbero avere 20 anni (i consiglieri regionali e i sindaci devono aver compiuto la maggior età) e magari non avere ancora superato l’esame di maturità.

Non è chiaro quale sarà il metodo elettivo tanto per i consiglieri regionali che per i sindaci. Questo perché in Costituzione non si scrive una legge elettorale ma si enunciano i principi che questa deve rispettare ( “… in conformità della volontà espressa dagli elettori …” recita il nuovo articolo 70).

È difficile prevedere in che modo potranno essere selezionati i primi Consiglieri Regionali e Sindaci che prenderanno parte al nuovo Senato perché, all’entrata in vigore della Legge, saranno già tutti eletti nei rispettivi consessi esercitando le corrispondenti funzioni.

L’elezione dei Senatori non sarà uniforme, se non per la prima volta, in quanto le Regioni, così come i Comuni, hanno date d’elezione autonome ognuna rispetto alle altre. La maggioranza in Senato sarà quindi instabile e soggetta a frequenti variazioni e, nello stesso periodo sarà invece, teoricamente, permanente alla Camera.

Il tempo a disposizione dei Senatori per svolgere adeguatamente le loro funzioni è limitato in rapporto a quello che dovranno dedicare per svolgere le attività per cui sono eletti primariamente. Ossia uno viene eletto per fare il Consigliere Regionale o il Sindaco e quello sarà il loro impegno principale.

Niente da obbiettare per quanto riguarda la soppressione del CNEL.

Non ho approfondito la revisione del titolo V (quello che in Costituzione regola i rapporti tra amministrazioni locali e Stato), ma la premessa di riorganizzare i rapporti tra Stato e Regioni mi sembra positiva, soprattutto nell’ottica di privilegiare la centralità dello Stato e una migliore omogeneità legislativa in tutto il paese.

In conclusione il Nuovo Senato mi pare disegnato male e non ci sono garanzie che possa funzionare in maniera efficace ed efficiente rispetto a quello attuale. Il punto che però lo qualifica è la ristrutturazione del  sistema politico attuale. Il vecchio Senato con i suoi poteri e privilegi, il corporativismo , il consociativismo, le lobbies, viene eliminato, si apre una stagione nuova  che forse dovrà responsabilizzare maggiormente i cittadini proponendo una maggiore partecipazione che funga da elemento di controllo sulle scelte dei nostri rappresentanti.

 

Il futuro è quello che non c’è.

8 Novembre 2016 vince Trump

Tranquilli, non c’è stata alcuna rivoluzione elettorale negli USA, nessun Vaffa cosmico. Almeno l’ 8 di Novembre. Il vero e unico Vaffa c’è stato quando i Repubblicani hanno scelto Trump per competere contro i Democratici. Quello è stato il fattore di cambiamento. Tutto l’establishment repubblicano spazzato via nel disprezzo reciproco. In quel momento i democratici non hanno capito che i repubblicani di ieri ci sarebbero stati anche oggi. Non hanno capito che non avrebbero vinto solo scendendo in campo ma convincendo i vecchi democratici a partecipare.

I dati delle elezioni sono chiari. Per Trump hanno votato mezzo milione di elettori in più rispetto al 2012, per  Clinton quasi tre milioni in meno. Ciononostante Clinton ha preso più preferenze. Quindi non si è verificato nessun travaso di voti, più semplicemente quasi tre milioni di democratici non hanno votato, può darsi che Clinton non gli abbia convinti. Trump ha sostanzialmente vinto per indifferenza o per pigrizia.

 

Se Trump sarà o meno un buon Presidente lo valuteranno gli americani, noi potremmo commentare solo quello che ci riguarderà prevalentemente in materia di scambi commerciali e interventi militari, sempre che la Nato resti in piedi. Quello che sconforta, almeno me, è che se si considera il candidato avversario, un candidato pericoloso per la democrazia si resta a  casa invece di andare a votare. È mancata la partecipazione, è la partecipazione che garantisce il funzionamento della democrazia indipendentemente dalle leggi elettorali. In fin dei conti Trump governa lo stato più potente del mondo avendo il 47,5% dei voti del 55% degli aventi diritto, direi circa il 26% dei potenziali elettori. Il popolo americano non è cambiato, è rimasto uguale a stesso. 

L'uso della forza

L’uso della forza da parte degli uomini nei confronti delle donne non è un fatto culturale. È un fatto di Natura, ovvero il maschio picchia la femmina perché è fisicamente più forte. La nostra civiltà occidentale, soprattutto da quando si è evoluta in democrazia, ha sviluppato degli anticorpi, che traduco con la parola Cultura, che consentono di combattere con ampiezza la violenza.

In altri paesi, a causa di diversi sviluppi sociali, cioè dove la democrazia è assente o non è pienamente rappresentata, la cultura non è stata sviluppata a tal punto da poter costituire un contrasto alla violenza.

In Italia sono state recentemente emanate delle leggi per minimizzare ancor di più la legge del più forte che il maschio esercita sulla femmina, la legge che consente alle donne di entrare nelle liste elettorali in egual misura all’uomo (quote rosa), la legge che punisce maltrattamenti o vessazioni (stalking), la legge che punisce l’omicidio della donna in quanto donna (femminicidio).

La nostra società è ancora permeata dall’espressione della forza come mezzo risolutivo. Continuiamo quindi ad aggiungere elementi culturali, le leggi in questo caso, che ci salvaguardano dalla legge di Natura e la minimizzano il più possibile.

Questo processo è maggiormente facilitato dalle società democratiche che fanno della partecipazione un supporto insostituibile per avvicinarci sempre di più a quegli insegnamenti  ai quali per troppi millenni il genere umano ha osservato da lontano mostrando solo compiacimento.

Porgi l’altra guancia

Fatti non foste per vivere come bruti ma per seguire virtute e canoscenza

Liberté Egalité Fraternité

La cultura mitiga o addirittura minimizza i rapporti di forza, quindi non esistono culture oscurantiste e violente nei confronti delle donne ma culture che non sono abbastanza partecipate da ampliare il disagio e il dissenso nei confronti della forza.

Non siamo nemmeno noi in Italia esenti da questa piaga della legge di Natura, siamo come gli altri.

L’origine del male. Il male nasce con l’uomo. L’uomo convive con il male e lo contrappone al bene per vivere in comunità, condizione necessaria per la conservazione della specie. Meccanismi intellettuali e affettivi accelerano i processi di contrapposizione al male.

Il problema che si pone a questo punto è la consapevolezza della scelta, nella conoscenza del male e del bene.

 

Il rifiuto costante di concedere diritti a categorie di persone che non li hanno è una pratica che sancisce delle differenze per cui ci sono categorie superiori  e categorie inferiori, ovvero prevale l’uso della forza. La legge di natura ha ancora il sopravvento sulla capacità dell’uomo di creare e, quindi, di impedire che l’intelligenza la sostituisca. La forza è il male. Il bene è l’assenza di male.

La paura - 22.03.2016

Per reagire a questi attentati dovremmo aver paura. E invece, a distanza, riusciamo al massimo ad indignarci, ad arrabbiarci o ad esprimere misere parole d’orgoglio e, spesso, d’odio. Abbiamo paura solo quando accade a noi o vicino a noi. La distanza è sufficiente per sentirci sicuri. Dovremmo aver paura ogni volta che azioni militari o terroristiche fanno vittime civili. Dovremmo aver paura ogni volta che muoiono degli innocenti per sbaglio. Dovremo lasciare che la paura sia come il dolore che ci avvisa che stiamo male. Dovremmo aver paura per poterci salvare se ne abbiamo ancora la lucidità.

“Io non ho paura”, lascia inerti, indifesi e accentua il desiderio di vendetta. Politici avveduti, non dico statisti, dovrebbero parlare della paura come di un sentimento positivo, una sorta di autodifesa. Invece sono sempre di più coloro che la paura la ordiscono per sottomettere la volontà di chi, ormai, fatica ad ascoltare le parole della pace, insinuando così un’idea della paura che non è sentimento né emozione ma che preclude qualsiasi ragionamento. “ Pensare diventa complicato quando le parole non hanno più significato” (M. Onfray).

 

La paura serve per fare la pace, non per uccidere o odiare. La paura è la forma razionale di affrontare il terrore che mette in gioco la vita e, forse, le civiltà fin ad oggi costruite ed ereditate. Politici di tutto il mondo abbiate paura e finitela di sparare.

Bombe di fiori

Bombe di fiori

Che esplodano a tutte le latitudini, in ogni piazza, in ogni strada,

che colpiscano donne e uomini e animali 

che colpiscano i cuori, che regalino sorrisi,

che rendano bellezza a questa nostra umanità così incerta 

Fiori e colori 

armonia profumata

scambiamoci un fiore d'amore

I moderati 21.11.2015

Prima del 1994 la moderazione era associata ad un comportamento individuale “non mangiare troppo”, “ non esagerare”,  o, tutt’al più, ad un’azione “bere con moderazione”. Da quella data nefasta in poi la moderazione è diventato un comportamento collettivo attribuito a partiti politici e religioni. Chi è moderato è buono chi non lo è, è cattivo. Berlusconi ha applicato un’etichetta per dividere il mondo in due, il nuovo manicheismo.

Che differenza c’è tra essere moderati e non esserlo nell’esercizio della propria fede politica o religiosa? Chi è moderato non sa che cosa sta facendo mentre l’altro si. Il moderato è privo di consapevolezza ed è guidato, l’altro è conscio del suo credo e lo esercita. A limitare esercizi e funzioni ci sono le leggi dello stato democratico. Chi non le rispetta viene punito.

Prima del 1994 esistevano gli estremisti sia politici che religiosi e li i comportamenti erano chiari, è estremista chi cerca lo scontro radicalizzando il proprio pensiero per dividere. Tutti gli altri non erano moderati erano persone consce di ciò che professavano.

 

Quindi il partito o la religione dei moderati non esistono, sono invenzioni di comodo per delegittimare chi ostacola la propria volontà di attrarre poveri di mente e di spirito, nell’inganno di fargli credere di aver salvato l’umanità.

il desiderio di sottomissione 16.11.2015

“ Parigi è persa “, foto che ritraggono il senatore americano john Mc Cain con Al Baghdadi che in realtà non è, bensì è un suo avversario.

Ieri, dopo che l’ossessione di notizie e la necessità di apparire su Facebook mi avevano finalmente abbandonato, mi è venuto in mente un libro di Tiziano Terzani nel quale si raccoglievano alcune lettere da lui scritte e, in parte, pubblicate dal Corriere, nel periodo immediatamente successivo al dramma delle Due Torri, Lettere contro la guerra. Tutto prese spunto dalla polemica lanciata da Oriana Fallaci che indicava nell’Islam e nei suoi principi un nemico mortale da schiacciare. Lo sto rileggendo proprio in queste ore.

Nel 2001 Zuckerberg,  probabilmente, stava ancora imparando a leggere e scrivere e tutta la informazione era ancora veicolata dai tradizionali mezzi di comunicazione, radio, televisione, carta stampata. Internet non era ancora molto diffuso e i “social” ancora dovevano essere progettati.

Adesso che invece viviamo, speso ci nutriamo, di mezzi “social”, abbiamo l’opportunità di sapere che la maggior parte della popolazione internauta non sviluppa alcuna opinione ma segnala solo un suo gradimento su opinioni di altri “I Like” o con convinzione addirittura condivide il pensiero di altri “ I share”.

Abbondano i proclami d’odio e le profezie nichiliste. Qualche raro barlume di ironia e un sacco di bufale incredibili, che però vengono credute. Vengono credute perché le persone vogliono avere nemici da sconfiggere, razze da odiare, nazioni da disprezzare. Il razzismo controlla tutto. La nostra civiltà, quella che ha sconfitto il razzismo ha fatto un errore. Non ha sconfitto il razzismo, ha sconfitto una modalità di scambi commerciali. la cultura della nostra superiorità sociale ha generato disprezzo verso tutti coloro che hanno una identità che non si riconosce nella nostra  anche solo non completamente.

Tra tutti questi condivisori di puttanate c’è un gran desiderio  di aver paura perché venga così giustificato il proprio atteggiamento nei confronti dei diversi.

Il punto veramente decisivo che individua una volontà di spazzare via il mondo occidentale anche da parte di chi lo  abita pur essendo musulmano è l’importanza che ricopre per loro la supremazia della Saharia ovvero la legge religiosa, più precisamente coranica, sulla legge laica che gli uomini, tutti insieme hanno costituito.

 

Se tutti i mussulmani che vivono in occidente reputano suprema la Sharia allora non abbiamo alcuna possibilità di vita; veramente un comando potrebbe scatenare l’inferno. Non solo la nostra civiltà sarebbe annientata ma mostrerebbe che in realtà è una civiltà che non ha fondamenti credibili. Ci resterebbe solo la sottomissione, l’annullamento del desiderio, l’osservanza di un’etica, apparentemente divina bensì umana.

Parigi 13 Novembre 2015 l'orrore

Parigi 13 Novembre 2015 l'orrore

I fanatici della morte che attaccano obiettivi civili occidentali non combattono una Guerra. Non combattono nemmeno. Costoro uccidono e basta. Uccidono perché odiano. Uccidono per morire in gloria. Non c’è nulla di umano nei loro comportamenti. Non c’è nessuna strategia atta a combattere, per vincerla, una guerra. Non c’è un disegno politico egemone.  C’è solo la volontà disumana di annientare l’umanità.

Le tenebre che rendono ciechi i nostri cuori si sono espanse e quell’orrore che hanno provocato, in un evo trapassato, ma purtroppo sempre vicino nella sofferenza di chi l’ha subito,  ritorna senza morale, senza comprensione dell’amore ma con la comprensione della nostra, ormai acquisita debolezza sociale. Continuiamo a produrre giudizi e sono loro, i loro effetti nelle nostre menti a renderci deboli. È il giudizio che ci indebolisce sostiene Kurtz nel suo celebre monologo finale dell’orrore in Apocalypse Now. Solo chi va oltre la morale è invincibile, chi mutila bambini incolpevoli è invincibile perché non attende altro che la morte.

Per questo ci poniamo con grande difficoltà a contrastare ciò che non posiamo comprendere e quindi prevenire. Per questo sembra una soluzione avere paura. Non ammassiamoci per seguire chi incita a reagire contro una religione. Chi individua come colpevoli più di un miliardo di persone, chi profetizza che ognuno di essi eseguirà la nostra decapitazione. Cerchiamo di sviluppare un nostro pensiero che sia ispirato alle nostre Costituzioni Democratiche. Non abbandoniamo l’idea che gli uomini possano convivere senza confini. Non abbandoniamo l’idea che allargare i confini della pace sia l’unico modo per evitare la guerra. Non rinunciamo all’idea che gli uomini sono tutti uguali davanti alla legge.

 

Kurtz è morto, attraversato da un diamante purissimo che si è conficcato nella sua fronte. L’orrore, l’orrore!

Stato di confusione - la misura del tempo

Il tempo è una misura. Non era una condizione di esistenza. C’era il passaggio dal giorno alla notte, dal sole alla luna, il mutare del clima con il ripetersi delle stagioni, l’infanzia, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia, così rapportate alla linea esistenziale dell’essere vivente.

Oggi il tempo si misura con maggiore precisione, se l’unità minima era il giorno adesso dall’ora si passa al minuto, al secondo, al decimo al centesimo al millesimo di secondo, al micron al nano e non so che altra infinitesima parte del tempo possa essere misurata.

Tutta questa precisione ci ha indotto ad essere più rapidi ad avere fretta ad avere cose da fare, ad accumularle per far passare il tempo. Siamo ingordi di tempo, famelici, usurai maledetti.

Quindi la velocità è la nuova misura del tempo

Più si è veloci più cose si possono fare e quindi meglio dispongo del mio tempo. Ecco che il tempo è diventato la condizione della nostra esistenza.

L’esistenza è accompagnata da stati d’animo . l’esistenza triste, l’esistenza felice, l’esistenza coatta, l’esistenza spensierata, l’esistenza dolorosa, l’esistenza serena, l’esistenza superficiale, l’esistenza criminale, l’esistenza insoddisfacente, l’esistenza fragile, l’esistenza compassionevole, l’esistenza miserevole, l’esistenza santa, l’esistenza inutile, altre esistenze. Tutte queste possono incrociarsi in un’unica esistenza con il variare delle stagioni, con il passare dei micron con la consapevolezza che il futuro non esiste ed è solo una speranza misurata per eccesso.

Misuriamo il tempo e ogni volta che lo guardiamo, frequentiamo il passato. Il presente è il momento del passaggio e si arresta solo con la morte. “Del doman non v’è certezza”

Assieme alla misura del tempo abbiamo costruito le parole che lo descrivono e tra queste, quelle parole che descrivono quello che non c’è. Il tempo futuro non esisterebbe senza la parola domani e la preposizione fra, l’avverbio sempre.

È stata un’esigenza straordinaria quella di inventare delle parole che indichino quello che ancora non è accaduto ma che speriamo possa accadere. Ovvero pensiamo che il tempo abbia funzioni circolari e che quanto è già passato possa ripetersi. Il tempo, le cose, gli uomini, le azioni, ritornano. Il nostro desiderio è che il passato continui ad esercitarsi nel suo passaggio dal presente per sempre. Ovvero abbiamo l’idea e la speranza che nulla mai cambierà.

Il Mondo Nuovo - lo sguardo diverso

2015 1 789 - Parigi Europa

Parole in fila - Assenza e Desiderio - parte prima

Parole in fila - Assenza e Desiderio - parte prima

Che cosa sarà quella gioia che manca come una presbiopia trascurata, è lì ma non si vede ed è tutto confuso, faticoso. Rinuncio e peggioro il mio sentire e la mia vista. Ciò che vedo bene è lontano, appunto come una gioia irraggiungibile. Che cosa sarà e che cosa si sostituisce, no se non c’è gioia non c’è nulla altro.

L’assenza, si vive d’assenza. La gioia è come l’amore che non c’è. L’assenza. E di che cosa sento necessità di riempirmi se di nulla dispongo, senza farmi troppe domande, i punti interrogativi mi indispongono. Le frasi interrogative indirette sono troppo retoriche. Una domanda prevede una risposta e un’asserzione interrogativa è fuorviante, blocca il discorso, lo scambio di opinioni. Abbasso frasi interrogative indirette. Non ammetto repliche e non lo chiedo, così penso.

Primo periodo abbastanza bene, scorretto ma scorrevole.

Primo pensierino pone la traccia di un pensiero più grande non ancora identificato. L’elemento principale esposto è quindi l’assenza, uno stato vitale in cui mancano emozioni positive, improvvise e permanenti, la gioia e l’amore. E potrebbero essere la stessa emozione. Improvvisa, ripetuta e finalmente permanente. La gioia è l’amore. Risposta indiretta del primo periodo interrogativo del pensierino.

Secondo pensierino la forza che mi sprona, no non sono un cavallo, che mi incoraggia, no nemmeno questo, che mi sostiene siamo già meglio ma non ancora la parola interpreta coerentemente il pensiero, divago, non abbiamo o conosciamo, ma sono più propenso a non avere, sufficienti parole, anzi addirittura non esistono, almeno oggi, da almeno 2000 anni, le parole che spiegano tutto il percorso del nostro pensiero. E se non abbiamo sufficienti parole non possiamo conoscere ed esprimerlo.

Come farò a descrivere il mio secondo pensierino, posso solo andarci vicino. La forza ma magari non è la forza è un’altra cosa però deve intervenire su di me non solo fisicamente, anche emotivamente, bene mi avvicino invece di forza provo ad usare desiderio.

Il desiderio che mi guida è una forza che ha a che fare con la passione, con la sofferenza con il sentimento con l’interpretazione e la conoscenza ininterrotta e, secondo me, mancano le parole vere.

Quindi assenza e desiderio

Parole in fila - Verità, Bellezza, Elasticità - Parte seconda

Parole in fila - Verità, Bellezza, Elasticità - Parte seconda

Terzo pensierino

Arriveranno parole ad assediare il mio pensiero per estrarre verità e bellezza, se ancora sia capace di pensarle, e che non sia soltanto un insieme di forme e colori. Avrei due parole in un pensierino solo, verità e bellezza. Concetti ontologici, termini diffusi a sproposito tra il genere umano che li somatizza rendendoli antropomorfi ognuno a sua propria immagine e somiglianza negando così l’universalità e l’essenza divina della verità e della bellezza ... e da qualche anno un'altra parola ha estinto il proprio significato ed è la parola libertà. Ovviamente, scrivendo in italiano, penso all’ Homo italicus e non a tutti gli uomini del mondo. Di cui non siamo rappresentanti ma sconosciuti.

Assenza desiderio verità bellezza

L’assenza è uno stato intimo e individuale. È una comprensione di sé

Il desiderio è un moto individuale una forza che ci sostiene e ci indirizza

La verità è universale, mai individuale, è divina. La verità non è, la si accetta eventualmente la si asseconda non la si possiede.

La bellezza è universale, mai individuale , è divina. Ma la bellezza non è. La si riconosce

La giustizia è umana quindi individuale non è divina e deve avvicinarsi alla verità..deve tendere alla verità ma per sua natura non ci arriverà mai. Come l’uomo non potrà mai diventare dio anche la giustizia essendo umana non diventerà mai verità. In questo momento mi passa una domanda che riguarda gli anni che sono passati e che passeranno. Gli anni sono umani ma il mio pensiero durante il loro trascorrere può cambiare e non può cambiare il mio destino. Poi sarebbe anche sensato chiedersi se esiste il destino e se esiste per quale motivo il pensiero umano non riesce a coglierlo. Devo supporre che il destino non sia umano bensì divino. Ma se non esiste o se usiamo una parola con un significato sbagliato non lo sapremo mai. Dopo morti, chissà.

Il destino è un percorso, è un’abbreviazione della parola destinazione ovvero un luogo da raggiungere e a volte sappiamo che arriveremo da qualche parte ma senza averlo stabilito prima quindi senza sapere dove arriveremo che destino avremo, e poi potrebbe anche non essere un luogo geografico, ma solo un susseguirsi di fatti che desideriamo indovinare prima che accadano. E a volte accadono senza che ce ne accorgiamo. C’è qualche cosa che non è umano nella nostra vita, di cui a volte capita che qualcuno abbia percezione ma che non riusciamo a renderne determinazione, se percepisco comunque non capisco. E si scivola schivando gli ostacoli ma senza avere la consapevolezza di ciò che si sta facendo o subendo.

È che sto misurando quasi quotidianamente l’elasticità della mia pelle che si allenta, non sfugge alle dita ma si impiglia, non così goffamente ma tende a farlo e allora capisco il mio destino inesorabile è di non essere elastico e di diventarlo sempre meno, di non avere reazioni, di scoprire ogni anno che passa, sempre di più, che la morte per vecchiaia è l’assenza (assenza) di elasticità. Non rileggo il periodo, non ora. L’elasticità è un indice misurabile di vita, purtroppo decrescente, inesorabilmente. Non mi faccio domande altrimenti dovrei chiedermi se esiste la parola esorabile. La cerco su wikipedia per pigrizia e comodità ma diffido di ciò che è virtuale, di ciò che non ha un peso di ciò che non risponde alla legge di gravità. Ciò che non risponde alla legge di gravità non esiste. Allora vediamo che cosa dice wikipedia. Molto bene esorabile non è ancora stato creato mentre su Treccani on-line esiste e significa clemente arrendevole essendo il contrario di inesorabile. Treccani esiste perché ha un peso. E vorrei continuare ad usare parole e non metafore. Non voglio usare figure alternative alle parole che esistono e alle situazioni che posso descrivere con le parole che esistono e che conosco. Attenzione ai simboli, alle tentazioni di fuggire dal percorso del mio destino. Dunque l’elasticità ho scoperto che è sinonimo di vita. Quasi quasi aggiungo anche la parola elasticità.

Assenza desiderio verità bellezza elasticità

Parole in fila - Inquinamento Tenerezza - terza parte

Parole in fila - Inquinamento Tenerezza - terza parte

Ascolto la sera, il giorno che si è fatto buio, ma ancora non trovo silenzio intorno a me. Rumori attenuati, sostanza leggera non opprimente, movimenti rallentati. È la stanchezza che coglie l’umanità con il sopraggiungere delle tenebre, qualche rintocco per segnare, marcare le 6 di sera. Scorrere indifferenti e nascosti alla vista degli altri. Ma non vengo avvolto dal silenzio, non mi isolo ancora l’inquinamento luminoso, se pur fievole, mi lascia in penombra e poi vedo, continuo a vedere, forme e luci che si muovono, voci, poche, che generano inquinamento acustico. Inquinamento umano, così poco considerato. L’uomo esiste quindi inquina. L’uomo sporca, puzza, inquinamento olfattivo, suda, inquinamento tattile e anche oleoso, l’uomo ventila, inquinamento gassoso. Di sera un po’ di meno. Di sera mentre attendo il silenzio, inquino un po’ di meno. Mi muovo meno. Le mani buie si agitano per cercare l’interruttore e generare altro inquinamento luminoso. Un’altra parola da aggiungere. Inquinamento. Poi farò una selezione e magari la casso. Ripeto per adesso

 

Assenza desiderio verità bellezza elasticità inquinamento

 

Su desiderio vorrei però tornare. Ho letto due saggi pubblicati di recente dove il tema centrale dell’esistenza umana è spiegato dall’avere o non avere desiderio. Uno è di Vito Mancuso e l’altro di Massimo Recalcati. Il secondo però devo ancora finirlo. Il consumo è il grande nemico del desiderio, l’avere è l’arma con cui lo stiamo annientando (cambiare termine, ripensare la parola)

Sento un desiderio, qui vicino a me in questo momento. Ma non lo perseguirò e nemmeno la perseguiterò. Ma non scaccerò il desiderio anzi cercherò di alimentarlo come se tutto accadesse e generasse soddisfazione e poi insoddisfazione per desiderare ancora. Profumo morbidezza elasticità depravazione e decadenza. Insopportabile assenza, ovvero desiderio. Ancora pochi minuti. Sfiorare e annusare con lo sguardo e con le mani.

 

Tra me e me, me ne sto e penso e forse c’è un altro me e un altro ancora con me. L’importante è che ci sia dialogo e non l’assolutismo di una attore unico, mai rimanere soli, mai avere ragione con la forza e per forza. Discutere. La deriva della solitudine è l’assolutismo e poi l’odio e poi la morte. Precoce.

 

La tenerezza è un sostantivo che si associa a dei gesti emozionali che esprimono affetto e irradiano serenità e la tenerezza è associabile allo sguardo che esprime il sentimento, alla posizione dei corpi e delle mani che esprimono un delicato attaccamento, leggero ma tenace, la volontà consapevole di voler bene.

Stato di confusione

Stato di confusione

Orhan Pamuk: “ penetrando negli universi psicologici dei nichilisti e degli occidentalisti russi, raffigurati attraverso questo delitto, (O.P. sta parlando de I Demoni) Dostoevsky ha dimostrato con il massimo nitore che dietro tutti sogni di un “nuovo mondo”, di “rivoluzione” e di “utopia”, in fondo si nasconde la brama di potere e controllo sulla realtà, su nostra moglie, sui nostri amici e sul nostro ambiente” pag. 176, Altri colori, Einaudi.

 

Solo nella sequenza esatta delle parole troviamo la verità. È la conoscenza che cerca quella sequenza oppure sono le parole stesse che conducono alla sequenza esatta? Se vale la seconda ipotesi è necessario avere pazienza e curiosità non ci si può accontentare. Se valesse la prima, bisognerebbe conoscere tutte le parole in tutte le lingue. Cosa sovrumana, forse divina. Quant’acqua da spostare con le mani, ho le braccia stanche!

Ho gli occhi stanchi per guardare chi non mi vede.

Ho un cuore sordo che non ascolta chi mi vuol parlare.

Ho i miei pensieri tanto confusi che non trovano parole per spiegarsi.

Ho tanto tempo che non mi va di misurarlo.

Ho tanto tempo che ho paura di saperlo.

Ho tanto tempo che finisco tutto senza iniziare mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

Domani la linea del mio orizzonte

non sarà più il mare.

Domani parto e ritorno

al mio orizzonte vago e impalpabile,

irraggiungibile e mortale.

 

Saranno l’assenza dal piacere,

di vivere sereno,

il mio cruccio e la mia malattia.

 

Sarà l’assenza del sussurrio delle onde

che mantiene il dormiveglia,

il bagliore del sole e il fresco leggero del vento.

 

Sarà l’assenza delle avventure amorose,

probabili e impossibili, spogliate di tutto

nella loro spensierata semplicità che

rimarranno memoria e desiderio.

 

Ritorno nel tempo che mi percuote

e che non mi considera

tornerò in mezzo a tutti

 

Horror pleni

 

Sarà fuggire, fuggire sempre

nel mio animo

nel mio respiro

nel mio cuore.

Rumore

Rumore

E di là dalla rete che confina con il mio condominio, ruspe scavano e gru si alzano, sconvolgendo ancora la terra davanti ai miei occhi dalla vista del terrazzo ad est. Che rumore di cingoli e che frastuono di polvere che vola imperterrita a importunare i miei pavimenti di legno, così soffocati e tanto spossati. Stremati per i cantieri intorno. Polvere ogni giorno di terra rivoltata e scavata. I motori accesi ancora non smettono di ammutolire le onde sonore della sonata di Bach che il mio stereo inutilmente tenta di emettere. Sopraffatto anche lui, ma non la mia penna testimone di questa volgare sopraffazione. Rumore solo rumore. Motore, odore, clangore e squassano le ore sprofondano le fondamenta in profondità vertiginose per placare l’assorbimento terrestre dell’onda tellurica e un grido da sotto, dagli inferi ormai attinti, non basterà e, inascoltato anche il demonio, involontariamente sarà sopraffatto dall’indifferenza di ruspe e pistoni, lance frese e martelli pneumatici e rutti metallici di inquilini sordi e pesanti. Come il clima che in questa stagione affligge la vita spenta e assonnata delle vacanze inevitabili. Ma almeno il motore del mio condizionatore è spento e sudo al caldo come si conviene. Tra poco si mangia e inizio a distinguere le note di Bach che emergono su un rumore sempre più affievolito, interrotto dal silenzio qualche volta improvviso.

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